Tagli, spesa e le due vere contraddizioni del piano Camusso
Il malessere della società italiana è palpabile. La recessione continua a colpire salariati e imprese. Siamo diventati un paese più fragile e più disuguale, che penalizza oltremisura i giovani e le donne. Siamo però anche un paese in cui, se le famiglie risparmiano meno, la ricchezza detenuta resta pari a quasi otto volte il reddito disponibile. La realtà nazionale non si presta quindi a letture semplicistiche. C’è la verità della caduta dei consumi e del potere d’acquisto delle retribuzioni, e c’è la verità dell’abnorme giro d’affari che si sottrae all’erario. Leggi L'agenda Camusso per Bersani di Claudio Cerasa di Michele Magno
12 AGO 20

Il malessere della società italiana è palpabile. La recessione continua a colpire salariati e imprese. Siamo diventati un paese più fragile e più disuguale, che penalizza oltremisura i giovani e le donne. Siamo però anche un paese in cui, se le famiglie risparmiano meno, la ricchezza detenuta resta pari a quasi otto volte il reddito disponibile. La realtà nazionale non si presta quindi a letture semplicistiche. C’è la verità della caduta dei consumi e del potere d’acquisto delle retribuzioni, e c’è la verità dell’abnorme giro d’affari che si sottrae all’erario. C’è la verità degli esodati e dei licenziamenti, e c’è la verità del lavoro nero dilagante. I fatti dovrebbero invitare imprenditori, leader politici e sindacali a non sposare incautamente tesi pauperiste da giocare alla roulette del voto.
Purtroppo, i programmi elettorali sono anche una forma di promozione pubblicitaria cui si chiede non tanto di essere credibili, ma gradevoli o addirittura eccitanti. Una regola per le agende dei partiti, a cui non si sottraggono nemmeno i grandi interessi organizzati. Confindustria ha già presentato il suo progetto, ora è il turno della Cgil. Le ricette sono diverse, l’obiettivo identico: ribaltare la teoria dei due tempi, che antepone il rigore alla crescita. Ambedue caldeggiano una “terapia d’urto” e un ventaglio di riforme strutturali: meno Irap per le aziende, meno Irpef per i lavoratori, più investimenti e più occupazione per tutti. Come reperire le risorse? Per Giorgio Squinzi innalzando alcune aliquote dell’Iva, per Susanna Camusso tassando ricchi e rendite finanziarie, per entrambi stanando gli evasori e riqualificando la spesa corrente. Ma, poiché circa la metà della spesa corrente copre le prestazioni sociali (che nessuno dice di voler diminuire), mentre l’altra metà è costituita in prevalenza da retribuzioni di dipendenti pubblici e acquisto di beni e servizi, sarebbe utile sapere se si intende ridurre qualcuna di queste voci, ed eventualmente come.
Purtroppo, i programmi elettorali sono anche una forma di promozione pubblicitaria cui si chiede non tanto di essere credibili, ma gradevoli o addirittura eccitanti. Una regola per le agende dei partiti, a cui non si sottraggono nemmeno i grandi interessi organizzati. Confindustria ha già presentato il suo progetto, ora è il turno della Cgil. Le ricette sono diverse, l’obiettivo identico: ribaltare la teoria dei due tempi, che antepone il rigore alla crescita. Ambedue caldeggiano una “terapia d’urto” e un ventaglio di riforme strutturali: meno Irap per le aziende, meno Irpef per i lavoratori, più investimenti e più occupazione per tutti. Come reperire le risorse? Per Giorgio Squinzi innalzando alcune aliquote dell’Iva, per Susanna Camusso tassando ricchi e rendite finanziarie, per entrambi stanando gli evasori e riqualificando la spesa corrente. Ma, poiché circa la metà della spesa corrente copre le prestazioni sociali (che nessuno dice di voler diminuire), mentre l’altra metà è costituita in prevalenza da retribuzioni di dipendenti pubblici e acquisto di beni e servizi, sarebbe utile sapere se si intende ridurre qualcuna di queste voci, ed eventualmente come.
Un aumento della domanda interna e uno più marcato delle esportazioni sono beninteso necessari, ma a condizione di essere molto netti sulle scelte – che sono scelte politiche – che ne consentano il finanziamento nel rispetto dei saldi di bilancio. A una prima lettura del documento preparatorio della conferenza cigiellina, che si apre oggi a Roma, quella condizione sembra piuttosto trascurata. In un dibattito alla Camera del novembre 1949, due mesi dopo l’annuncio del Piano del lavoro al congresso di Genova, Alcide De Gasperi si rivolse al capo carismatico della Cgil con queste parole: “Fosse vero, on. Di Vittorio, che basti avere un bel piano per costruire qualche cosa! Non sono i piani che mancano, mancano i quattrini”. Il presidente del Consiglio di allora ribadiva così la sua contrarietà a una politica economica espansiva: lo stato avrebbe potuto spendere solo a parità di gettito e il pareggio del bilancio rimaneva un vincolo irrinunciabile. La strategia di difesa intransigente della lira – che aveva come suoi alfieri Luigi Einaudi e Giuseppe Pella – si era consolidata già nel 1947, quando furono estromessi dal governo i comunisti e i socialisti. Per altro verso, il piano aveva suscitato l’interesse di quelle componenti della maggioranza favorevoli a un intervento della mano pubblica nella ricostruzione postbellica e per contrastare la disoccupazione di massa: in particolare, il repubblicano Ugo La Malfa e l’ala dossettiana della Dc. Proprio La Malfa e Amintore Fanfani furono gli unici ministri del dicastero De Gasperi che parteciparono alla conferenza in cui fu illustrato il piano della Cgil (Roma, febbraio 1950). Riccardo Lombardi fu uno dei pochi a polemizzare aspramente contro l’impostazione neokeynesiana del piano (poi corretta parzialmente), in base a cui una domanda programmata di opere pubbliche avrebbe generato spontaneamente una nuova offerta.
Il piano del lavoro di Di Vittorio rappresentò il primo incontro tra il movimento sindacale italiano e il keynesismo, nei cui confronti la cultura marxista – affezionata all’analisi “crollista” del capitalismo – aveva sempre manifestato diffidenza. Non so se la Camusso abbia voluto chiamare così anche il suo per rinverdire i fasti di quell’incontro. Il sospetto è legittimo. Del resto, se Pella ed Einaudi non ci sono più, in compenso c’è un nemico reputato perfino peggiore: Mario Monti, cioè il convitato di pietra nei saloni dell’Eur di Roma. All’Eur ci saranno invece Nichi Vendola e Pier Luigi Bersani. Probabile che il primo si dichiari entusiasta delle proposte della Cgil. E che il segretario del Pd sia invece costretto a fare qualche giravolta per spiegare crocianamente che si può essere insieme uniti e distinti, anche per non gettare altra benzina nel motore ingrippato dell’unità sindacale. Ma entrambi dovranno spiegare con quali iniziative politiche pensano di poter rovesciare l’ortodossia monetarista egemone in Eurolandia: non siamo né il Giappone di Shinzo Abe, né l’Inghilterra di David Cameron, né l’America di Barack Obama. Le cronache del Forum di Davos raccontano che l’immoralità delle promesse irrealizzabili denunciata da Monti è stata condivisa dal premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz, guru dei liberal di casa nostra. Potrà non piacere, ma l’etica della responsabilità resta una merce rara soprattutto in campagna elettorale.
Il piano del lavoro di Di Vittorio rappresentò il primo incontro tra il movimento sindacale italiano e il keynesismo, nei cui confronti la cultura marxista – affezionata all’analisi “crollista” del capitalismo – aveva sempre manifestato diffidenza. Non so se la Camusso abbia voluto chiamare così anche il suo per rinverdire i fasti di quell’incontro. Il sospetto è legittimo. Del resto, se Pella ed Einaudi non ci sono più, in compenso c’è un nemico reputato perfino peggiore: Mario Monti, cioè il convitato di pietra nei saloni dell’Eur di Roma. All’Eur ci saranno invece Nichi Vendola e Pier Luigi Bersani. Probabile che il primo si dichiari entusiasta delle proposte della Cgil. E che il segretario del Pd sia invece costretto a fare qualche giravolta per spiegare crocianamente che si può essere insieme uniti e distinti, anche per non gettare altra benzina nel motore ingrippato dell’unità sindacale. Ma entrambi dovranno spiegare con quali iniziative politiche pensano di poter rovesciare l’ortodossia monetarista egemone in Eurolandia: non siamo né il Giappone di Shinzo Abe, né l’Inghilterra di David Cameron, né l’America di Barack Obama. Le cronache del Forum di Davos raccontano che l’immoralità delle promesse irrealizzabili denunciata da Monti è stata condivisa dal premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz, guru dei liberal di casa nostra. Potrà non piacere, ma l’etica della responsabilità resta una merce rara soprattutto in campagna elettorale.
Wolfgang Münchau, l’editorialista del Financial Times che ha criticato l’irresolutezza riformatrice di Monti, coglie nel segno quando dice che non abbiamo scampo se l’aggiustamento tra paesi più indebitati e paesi meno indebitati non è simmetrico. In altre parole, rischia di essere velleitario ogni tentativo di fare i compiti a casa con i quaderni di Keynes e Schumpeter ma con la signora Merkel in cattedra. Sia chiaro, un piano del lavoro si può anche scrivere con il commendevole intento di far uscire la Cgil dall’isolamento in cui si è cacciata. Non si può andare avanti solo a colpi di scioperi generali e sconfitte. Il gruppo dirigente di Corso d’Italia sembra averlo compreso e questo non va sottaciuto. Nel ventennio alle nostre spalle la Cgil ha dovuto cimentarsi con un duplice sommovimento: la trasformazione o la scomparsa delle forze che hanno modellato il suo pluralismo politico e la crisi del blocco sociale fordista, che ha scompaginato il vecchio assetto della rappresentanza. Fin qui non tutti i conti sono stati fatti fino in fondo. Il dibattito che seguirà alla presentazione del piano dirà se si è presa piena coscienza dei guasti che derivano da ogni disegno di irreggimentazione del sindacalismo confederale in uno schieramento politico. E, se qualcuno nella Cgil non l’avesse ancora afferrato, almeno Bersani dovrebbe avere il coraggio di ricordarlo.
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di Michele Magno